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Successo e fallimento ep. 4: dal fallimento al successo.

Come possiamo trasformare il fallimento in un trampolino proprio per ottenere il successo? Fallimento come pausa di riflessione. Non come punto di non ritorno.

Nei precedenti articoli abbiamo visto cosa è il successo e le diverse percezioni che ognuno di noi ne ha, e deve averne (vedi Successo e fallimento ep. 1: cosa è il successo?) e come fare ad ottenerlo in base, ognuno con i propri approcci (Successo e fallimento ep. 2: come ottenere il successo). Nell’ultimo articolo (Successo e fallimento ep. 3: cosa è il fallimento?) ho terminato proprio con il concetto della generalizzazione del fallimento, allargato non ad un’azione o ad un episodio singolo ma alla mia (o a quella di altri) incapacità di raggiungere il successo.

Fallimento e fallito

Qui ci trae in inganno l’aggettivo e ancor di più l’aggettivo sostantivato derivante dal termine fallimento, ossia fallito.

Fallito: frequente come agg., spec. nel sign. 3: un industriale fallito; e come s. m.: l’albo dei falliti; è un fallito, spesso fig., di persona che nella vita non ha concluso nulla, non è riuscita in nessuna delle sue aspirazioni (con senso analogo, dichiararsi fallito, e sim.). 1

Nel senso figurato è totalmente spiazzante, non lascia spazio a ulteriori prove e chance.

E’ la generalizzazione deleteria che fa di un avvenimento un intero progetto e processo, che accomuna l’esito negativo di un’azione alla essenza generale di chi quell’azione l’ha fatta. È la Pervasività di cui parla Seligman (vedi l’articolo precedente): attribuiamo cioè le cause di ciò che ci accade a aspetti generali.

Come primo passo devo quindi devo separare l’azione che ho sbagliato, fallito, da me stessa. Ho fallito. Non sono fallita (o peggio una fallita). Il fallimento non sono io, ma un’azione che ho fatto. Purtroppo in questo approccio si distinguono nettamente le donne e la loro capacità di autocritica, che, se nella maggior parte dei casi è un’invidiabile bussola per un costante e continuo miglioramento, nei casi di fallimento molto spesso diventa un macigno che ci leghiamo al collo e del quale è ben difficile disfarsi per risalire a galla e continuare a nuotare, magari controcorrente e contro l’opinione di tutti.

“La forza si costruisce sui fallimenti, non sui propri successi. Ciò che mi ha resa forte è stato nuotare sempre controcorrente.” Coco Chanel

Come cambiare percezione e atteggiamento

Chiarito questo devo capire però come fare a risalire a galla. Sempre nel precedente articolo abbiamo visto come non lasciarsi abbattere dal fallimento, e questo è fondamentale per un atteggiamento ottimista e costruttivo. Ma se io volessi addirittura trarre beneficio dal mio fallimento?

Devo cambiare proprio la mia percezione. Dal fallimento devo trarne un’opportunità.

Per rifarsi alle analogie con la cucina, pensiamo a quante ricette famose sono nate per sbaglio, se non addirittura per clamorosi fallimenti. Uno fra tutti il Panettone, che ben presto vedremo apparire fra gli scaffali dei supermercati, inventato a quanto pare per rimediare a un guaio, ossia il dessert bruciato preparato alla vigilia di Natale per niente di meno che Ludovico il Moro (il nome del dolce ha ancora il nome del risolutore del guaio, ossia un certo garzone Toni).

Il fallimento come crescita

Dunque il fallimento è parte del processo, del percorso di crescita, e come tale deve essere visto e “valorizzato”.

In inglese esiste un’espressione – Failing forward to success (quella della foto) – che non ha un esatto corrispettivo in italiano, ma potrebbe essere tradotta con fallire per poter avere successo (da contrapporre a failing backward che invece indica una retrocessione senza scampo di risalita).

Ciò non vuol dire prender il fallimento e gli errori alla leggera, tutt’altro. Vuol dire assumersene le responsabilità (la personalizzazione di Seligman), capire dove e perché ho fallito (se possibile) e imparare dagli errori per non ripeterli ed esser più preparata e forte.

Rialzarmi dal tappeto, per usare la terminologia pugilistica a me cara, e essere ancora più preparata a schivare il prossimo colpo e ad assestare in maniera infallibile (ho usato questo termine volutamente) i miei. In Non farti mettere al tappeto dal fallimento ho parlato delle analogie efficaci fra il pugilato e il fallimento e, come dice il titolo, non farsi mettere al tappeto, ma rialzarsi sempre, essere più vigile, preparata, anticipare l’avversario…

Il fallimento, se visto in quest’ottica, è una sosta obbligata che mi spinge a riveder i miei obiettivi, ridefinirli e rifare nuovi piani con una consapevolezza maggiore di quelle che sono le mie forze, le mie debolezze e le risorse che ho a disposizione.

Devo fare un’attenta, critica, anche spietata ma sempre costruttiva, analisi della mia situazione presente, di cosa ho a disposizione e delle strade che posso e voglio imboccare.

Ma soprattutto devo rivedere dove voglio andare, i miei obiettivi, ridefinirli, cambiarli se mi rendo conto che erano irraggiungibili o che non erano veramente quello che volevo (magari erano gli obiettivi di altri).

Non devo lasciarmi fermare dalla paura dell’incertezza e per poter essere sicura di me devo prepararmi sempre meglio e definire ancor più nel dettaglio i miei obiettivi, la mia vision e la mia mission, che magari saranno anche totalmente diversi da quelli iniziali, ma saranno il risultato del mio provarci e del dare il massimo nel farlo. E devo essere consapevole che altre battute di arresto ci saranno, magari anche altri fallimenti, ma saranno diversi e diverse saranno le mie reazioni e la mia capacità di gestirli.

“Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.” Samuel Beckett

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