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Successo e fallimento ep. 3: cosa è il fallimento?

Cosa è il fallimento? Quando e come può impedirci di raggiungere i nostri obiettivi? E come devo reagire per far sì che il fallimento non mi blocchi nei miei passi futuri, nella strada del mio successo?

Nei precedenti articoli abbiamo visto cosa è il successo e le diverse percezioni che ognuno di noi ne ha, e deve averne (vedi Successo e fallimento ep. 1: cosa è il successo?) e come fare ad ottenerlo in base, ognuno con i propri approcci (Successo e fallimento ep. 2: come ottenere il successo).

Adesso passiamo a trattare il secondo argomento citato nel titolo, ostico e senza dubbio spiacevole.

Cominciamo dalla definizione.

Fallimento s. m. [der. di fallire]: (fig.) a. [esito negativo: f. di una spedizione] ≈ insuccesso, flop, scacco. ↔ buon fine, riuscita, successo. b. [situazione, sforzo non andato a buon fine: la loro relazione è stata un f.] ≈ fiasco, (fam.) frana, insuccesso. ↑ catastrofe, disastro, disfatta, rovina. ‖ smacco. ↔ successo, trionfo, vittoria.1

Ho tralasciato il significato n. 1, ossia quello giuridico (fallimento inteso come bancarotta ecc.) che qui fortunatamente non trattiamo. Ma il nostro significato non è meno ingrato dell’altro.

Dunque il fallimento è un flop, un esito negativo. È il contrario del successo. E qui niente da dire. Se non raggiungo gli obiettivi che mi sono prefissata, o peggio, rovino anche quello che ho già in mano, fallisco. Punto.

E detto così sembra la fine di tutto (disastro!!).

“Abbiamo quaranta milioni di ragioni per fallire, ma non una sola scusa.” Rudyard Kipling

Come reagire al fallimento

Ma, dopo averlo provocato, come posso allora rialzarmi da questo disastro? Intanto devo imparare a gestire le mie reazioni agli eventi.

Il principio 90/10 di Stephen Covey, scrittore e uomo d’affari statunitense (“I sette pilastri del successo”), ci insegna a gestire e soprattutto a non subire gli eventi. Covey dice che solo il 10% di ciò che ci accade nella vita non dipende da noi ed è inevitabile. Ma abbiamo il potere sul restante 90% (non poco, direi).

Abbiamo cioè il potere di reagire all’evento (parole, situazioni, eventi…) e in base a come reagiamo indirizzare poi il corso degli eventi. Basta pensare che diverse persone, nella stessa identica situazione, reagiscono in modi estremamente opposti. Perché decidono loro in che direzione incanalare, nel nostro caso, quel fallimento.

Devo allenare e sviluppare quella che è la mia resilienza emotiva. Non mi devo arrendere, ma rimettermi in strada se ho sbandato, magari cambiando strada se mi rendo conto che quella imboccata non era quella giusta. Ma più tenace e convinte di prima.

Nel mio articolo Non farti mettere al tappeto dal fallimento ho parlato delle analogie efficaci fra il pugilato e le reazioni al fallimento e, come dice il titolo, non farsi mettere al tappeto, ma rialzarsi sempre.

“Non arrenderti. Rischieresti di farlo un’ora prima del miracolo.” Proverbio arabo

Devo anche stimolare la mia flessibilità. In situazioni avverse o che non vanno come avevo programmato (per quel 10% di Covey) devo saper adattarmi a nuove condizioni, cambiare i miei piani, ristabilire i miei obiettivi. Ma non come scuse, anzi piuttosto un asticella posta più in alto.

Daniel Goleman, nella sua definizione dell’intelligenza emotiva, indica come una delle caratteristiche fondamentali la motivazione. Dal latino «movere» dare avvio, è la molla per ogni mia decisione, azione, comportamento. E ogni azione ha uno scopo, anche se implicito o sconosciuto.

Dopo un fallimento di qualsiasi livello devo ritrovare la mia motivazione, che è la chiave di tutto, del perché volevo raggiungere quegli obiettivi, perché ho imboccato quella strada.

La motivazione è la spinta interiore che fa sì che, nonostante punti di arresto, fallimenti o delusioni, io vada avanti e non mi lasci scoraggiare, anzi mi voglia migliorare, per cogliere le occasioni ed perseguire nuovi obiettivi.

Stili di attribuzione personali

Martin Seligman, famoso psicologo americano della psicologia positiva (“Imparare l’ottimismo”), parla di stili di attribuzione personali, cioè come ci spieghiamo perché accadono gli eventi che ci riguardano. Pone l’accento soprattutto su tre parametri:

  1. Personalizzazione: riteniamo responsabili di quanto ci accade, noi stessi o altre persone (se non il caso, o gli Dei dell’Olimpo a cui mi riferivo in Successo e fallimento ep. 2: come ottenere il successo).

Dunque, assumersi le responsabilità delle azioni già ci mette in una situazione di vantaggio sul fallimento (non lo subisco). Ammettere di aver fatto errori, capirli, vedere quali altre strade avrei potuto seguire e quali azioni avrei potuto compiere mi rende agente, sono io che agisco e non subisco. O quantomeno ho il potere delle mie reazioni (vedi Covey).

Chi trova sempre scuse per quanto fatto, attribuisce la responsabilità ad altri e mai a se stesso, nel lavoro ma anche e soprattutto nelle relazioni personali, non sarà mai una persona di successo, anche se può avere la vita apparente costellata di incarichi prestigiosi, soldi e relazioni invidiabili.

Per essere coerenti, se non mi attribuisco le responsabilità delle azioni sbagliate, non posso neppure attribuirmi i meriti di quelle giuste. Ci sono persone che sono abilissime nel separare i due ambiti, attribuire le responsabilità ad altri ed i meriti a loro stessi, ma non sono coerenti e quindi credibili. Così come ci sono persone che evidenziano solo i loro insuccessi e debolezze e mai quanto sanno fare bene e i meriti di ciò che hanno (sia materialmente che in termini di relazioni interpersonali).

  • Permanenza: le cause a cui attribuiamo ciò che ci accade le riteniamo permanenti o temporanee.

Se consideriamo che le cause del nostro fallimento siano permanenti…beh allora non faremo niente per cambiare la “sorte”. Ci crogioleremo nei nostri mali come vittime e non prenderemo in mano la situazione.

  • Pervasività: attribuiamo le cause di ciò che ci accade a aspetti generali (ho perso la partita perché sono un perdente) o a ambiti limitati (non so giocare a baseball e ho perso).

Questo ci collega all’attribuire a noi stessi (o agli altri) carenze insormontabili per il raggiungimento di un obiettivo e del successo. Il fatidico e tranchant termine fallito di cui parleremo nel prossimo articolo.

 “Avrò fatto undici canestri vincenti sul filo della sirena, e altre diciassette volte a meno di dieci secondi alla fine, ma nella mia carriera ho sbagliato più di 9.000 tiri. Ho perso quasi 300 partite. Per 36 volte i miei compagni si sono affidati a me per il tiro decisivo… e io l’ho sbagliato. Ho fallito tante e tante e tante volte nella mia vita. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto.” Michael Jordan

Continua…

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