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Ciak ep. 1 – Il paradosso dell’autenticità

Il paradosso dell’autenticità e della finzione nella recitazione e soprattutto nel cinema come riflessione sull’autenticità nella vita reale, fatta troppo spesso cosparsa di finzioni, ruoli prestabiliti, battute studiate a memoria e scene prive della necessaria improvvisazione e dose di genuinità.

Qualche giorno fa ho partecipato ad un laboratorio molto stimolante tenuto dal regista Dominick Tambasco in quella magica atmosfera che è Il Lavoratorio a Firenze.

Il cinema come ispirazione

La mia incurabile curiosità e voglia di mettermi alla prova mi ha fatto addentrare in un mondo a me completamente estraneo, il mondo del cinema e la recitazione di fronte alla macchina da presa. Con la mia bella dose di incoscienza e autoironia mi sono trovata con attori teatrali professionisti a “essere” personaggi, “vivere” situazioni al di fuori da me, “essere spettatrice” di dinamiche di creazione di scene e personaggi curiosi.

Nonostante i dubbi e i machimelohafattofare ho comunque raggiunto i miei obiettivi. Che sia ben chiaro, non mi ero ripromessa di diventare la vincitrice dell’Oscar nella prossima stagione, ma le sfide non mancavano anche nel mio piccolo mondo di amante del cinema (come divoratrice di film da spettatrice). In primis il mettermi alla prova con il nuovo e con la macchina da presa (nemico acerrimo da sempre, e inimicizia acuita negli ultimi tempi per svariate ragioni e persone, vedi Decluttering ep. 2) che ho avuto modo di affrontare. E ne sono uscita vincitrice! Abbiamo infatti anche realizzato un video per il mio lavoro e sito (che a breve sarà nella sezione Chi sono).

L’introspezione

Ma era l’approccio di introspezione e di scavare, indagare l’animo umano in varie sfaccettature, con varie indoli, in varie situazioni e con approcci e sensibilità diverse, che mi interessava di più.

E tutto quello che Dominick diceva lo annotavo nel mio bel quaderno di appunti (non mi ero portata il laptop per non essere troppo invadente e rimanere più in “incognito”!) trasferendolo al mondo del coaching e della formazione. Le tecniche teatrali lo è sempre usate con i mei gruppi in formazione, ma questa nuova visione cinematografica, più ravvicinata e più intima mi ha fatto trovare nuove analogie e scoprire nuovi possibili scenari da “mettere in scena” (qui l’espressione cade proprio a puntino).

L’autenticità e la finzione

La prima cosa che mi ha fatto riflettere e sulla quale vorrei soffermarmi in questo articolo (e che senza dubbio la riprenderò anche in seguito essendo uno degli argomenti a me più cari, nel lavoro e nei percorsi che propongo ma soprattutto nella vita) è quello dell’autenticità, declinata qui nell’aspetto del paradosso dell’autenticità e finzione.

Si sa che il teatro è finzione, e che si regge proprio sul paradosso di questa con l’autenticità: è proprio attraverso la finzione scenica che si riesce a dar vita ad una realtà nuova, non esistente e non vivibile nel contesto del “vero”. Dagli attori escono fuori personaggi, dai copioni storie. C’è poi chi, come Pirandello, elimina addirittura l’elemento “attore”, lasciando che siano i personaggi a vivere la loro storia oltre l’interpretazione degli attori…vogliono avere la lor autenticità, diventano “persone” e non più “personaggi”. “L’attore insomma necessariamente dà una consistenza artefatta, in un ambiente posticcio, illusorio, a persone e ad azioni che hanno già avuto un’espressione di vita ideale, qual è quella dell’arte e che vivono e respirano una realtà superiore” [Pirandello, Teatro e Letteratura].

Sulla recitazione di per sé e in specifico su quella teatrale magari tornerò in seguito, adesso mi interessa scivolare nell’affrontare quella che è la recitazione cinematografica, ben lontana da quella sul palcoscenico.

Nel cinema il bisogno di autenticità è ben maggiore, se non preponderante. La teatralità delle pose, dei movimenti e della voce lascia il posto a sguardi, sussurri, gesti intimi. La camera entra in modo prorompente e sfacciato fra gli attori trasportando il pubblico direttamente nella scena. Non è più uno “spettatore” come a teatro verso il quale l’attore si deve protrarre. Diventa un testimone diretto. Nel cinema non faccio arrivare al pubblico (anche e soprattutto a chi è seduto nelle ultime file) ma condivido, invito a guardarmi dentro.  «Sul palco, l’attore deve lavorare attraverso l’altro attore che ha di fronte, in modo da arrivare fino all’ultima fila di spettatori. Davanti alla macchina da presa, in primo piano, l’ultima fila del teatro è, in realtà, alle spalle dell’attore non inquadrato». [Tony Barr, “Recitare al cinema e in tvIl più famoso manuale americano per attori”]

La comunicazione

È il binario della comunicazione che cambia.

“Be’, recitare va bene, basta che non se ne accorgano” Spencer Tracy

L’attore nel cinema deve spogliarsi, deve accogliere il pubblico nel suo intimo e per questo deve fare un lavoro introspettivo notevole.

Le emozioni

Ci sono poi approcci diversi nel farlo. Con il metodo proposto da Stanislavsky che basa la recitazione sull’attore come persona più che dalle tecniche da professionista. Pretende che gli attori riescano a sentire veramente le stesse emozioni provate dal personaggio interpretato, oppure evocando e rivivendo ricordi di esperienze ed emozioni vissute.

Il suo Metodo, amato o meno, ci ha dato attori e interpretazioni da pelle d’oca. Mi viene in mente Marlon Brando che basava la sua recitazione proprio sulle emozioni [anche qui una riflessione a sé è da pensare, e l’ho già fatto, almeno la fase del pensiero!]. Non si ricordava le battute, le scriveva ovunque (anche sotto le scarpe, cit.) e pretendeva il gobbo soprattutto nei monologhi ma si lasciava ispirare da una parola per poi ricostruire il dialogo basandosi sulle emozioni e sulla introspezione del personaggio.

L’improvvisazione

Di tutt’altro approccio Bertolucci, con cui Brando ha realizzato un memorabile “Ultimo tango a Parigi”, per cui “l’attore non deve assomigliare al personaggio scritto nella sceneggiatura, ma deve accadere il contrario”. L’incontro di questi due approcci direi che ha dato vita ad una delle opere della settima arte più sconvolgenti dal punto di vista dell’autenticità (la scena del burro non era, sembra, nel copione originale a vantaggio dell’autenticità e a spese di Maria Schneider, ignara di tutto…fino al momento del ciak).

“Comprendere appieno il significato della vita è un dovere per l’attore, cercare di interpretarlo è il suo problema più grande e riuscire ad esprimerlo la sua missione.” Marlon Brando

La preparazione

Altri approcci sono quelli di mostri della recitazione come Michael Caine e Anthony Hopkins che studiano il copione a memoria (anche le altre parti… mai fare uno sgarro a tipi come loro, te lo possono rinfacciare per filo e per segno dopo decenni). Anche Peter O’Tool diceva che gli attori sono pagati per memorizzare battute, il resto lo fanno gratis. Sir Anthony Hopkins associata i segreti della sua bravura proprio al fatto di imparare a memoria le battute, nient’altro (ora su questo ci sarebbe da ridire…sconto chiunque a sapere un copione a memoria e a recitare come lui!). Comunque anche lui si è lasciato andare in alcuni casi all’improvvisazione, come il famoso sibilo di Hannibal Lecter che ha fatto come scherzo per spaventare Jodie Foster. Era sicuro che sarebbe stato tagliato invece il regista lo ha tenuto e ad Hopkins è valso (insieme al resto) l’Oscar.

“Per fare un grande film hai bisogno di tre cose: il copione, il copione, il copione.”  Alfred Hitchcock

La realtà

Riguardo all’approccio dei registi non posso non citare la Nouvelle Vague e cosa accomunava i registi etichettati sotto il termine, in primis François Truffaut. Lo scopo era di catturare “lo splendore del vero” e di riportarlo nei film, per avvicinarsi sempre di più alla realtà. Mi viene in mente il fermo immagine con cui il regista chiude i “I quattrocento colpi” con l’espressione del protagonista, “il suo sguardo disperato, che invade lo schermo per interrogare gli spettatori” [Alberto Barbera, François Truffaut]. Ecco che la finzione è rotta, gli spettatori sono interpellati direttamente (per un’altra scena finale con lo sguardo in camera, come non pensare agli occhi agghiaccianti di un Anthony Perkins/ Norman Bates sorridente in Psycho? Del resto con il grande Hitchckock, Truffaut ha realizzato una delle più belle interviste e esplorazioni sul cinema e il suo essere fatto).

Mentre stavo preparando questo articolo ho letto un’intervista a Kristen Stewart, proprio in questi giorni a Cannes come interprete del biopic su Jean Seberg, icona della Nouvelle Vague (tutto sembra collegato e mi arriva da canali impensabili, come l’attesa dalla parrucchiera) e interprete di film cult, come “Fino all’ultimo respiro” di Jean-Luc Godard con uno strepitoso Jean-Paul Belmomdo. Alla domanda se sia liberatorio fingere per lavoro di essere qualcun altro, l’attrice risponde che “non bisogna essere un’attrice per indossare una maschera, ognuna di noi recita una parte perché in fondo non esiste una sola realtà” (Glamour, n. 321).

E questo è proprio il punto e la domanda, amletica:

Possiamo essere veramente autentici, nella vita, in relazioni fittizie, non sincere, non vere? E quanto sono fittizie? O è solo una illusione che ci creiamo, un film che proiettiamo nella nostra testa aspettandoci magari un happy-ending?

Alla domanda lasciata in sospeso chiudo con il grande Groucho:

“Sembra un idiota, parla come un idiota, si muove come un idiota, ma non fatevi ingannare dalle apparenze: è un vero idiota.” Groucho Marx

Nel prossimo articolo la settima arte continuerà ad ispirarmi in riflessioni, sperando di trasmettervi l’ispirazione senza artificio ma con autenticità!

To be continued …

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