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Ciak ep. 3 – Inquadrature e punti di vista

Le inquadrature oggettive e soggettive, lo sguardo nella ripresa cinematografica come esemplificazione dei punti di vista nelle relazioni personali, soggettivi e “di parte” che richiedono una buona dose di empatia e apertura all’altro per poter avvicinarsi ad essere più oggettivi.

Il laboratorio sulla recitazione di fronte alla macchina da presa – tenuto dal regista Dominick Tambasco a Il Lavoratorio a Firenze- ha solleticato in me varie riflessioni.

Nei precedenti articoli è stato il turno di una riflessione globale e concettuale del paradosso dell’autenticità e della finzione nella recitazione e soprattutto nel cinema come riflessione sull’autenticità nella vita reale (Ciak ep.1 – Il paradosso dell’autenticità) e dell’entità indipendente delle singole scene che poi compongono la storia completa (Ciak ep.2 – La storia e le singole scene). ma co

Adesso voglio spostarmi più sul lato tecnico, sia per quanto riguarda gli aspetti cinematografici che quelli specifici del coaching.

Punti di vista

Quando Dominick ha spiegato, e poi messo in pratica con le riprese, il concetto delle inquadrature soggettive e oggettive, il mio obiettivo del corso – di apprendere tecniche per addentrarmi nell’animo umano – aveva fatto centro.  Niente di più esplicativo delle inquadrature per affrontare il concetto dei punti di vista, per stimolare una visione oggettiva e empatica con l’altro, la cui mancanza è spesso fonte di fraintendimenti e delusioni delle aspettative (ho trattato dell’empatia, delle sue potenzialità e dei suoi limiti negli articoli Limiti dell’Empatia ep. 3).

Ma vediamo nel dettaglio come trasportare la tecnica cinematografica nel coaching e nella formazione sulla comunicazione e leadership e quindi nella nostra vita, nella realtà.

“Come definire la realtà? Ciò che tu senti, vedi, degusti o respiri non sono che impulsi elettrici interpretati dal tuo cervello.” Da Matrix

Inquadrature

La scomposizione di una scena in inquadrature riprese da diversi punti di vista permette allo spettatore di osservare la scena dalle migliori angolazioni di volta in volta. Prendo spunto dalle definizioni e spiegazioni date da Casetti (nel suo testi Dentro lo sguardo. Il film e il suo spettatore e Analisi del film di Cassetti e Chio).

Inquadratura oggettiva

L’inquadratura oggettiva ci offre un punto di vista, propone uno sguardo esterno ai personaggi, quello del narratore e/o spettatore, che si rende osservatore, o voyeur a seconda dell’interpretazione che vogliamo darne e anche a seconda delle scene. Rende bene il concetto il termine inglese Nobody’s shot- “la ripresa di nessuno, il punto di vista di nessuno”.

Inquadratura soggettiva

Le inquadrature sono invece soggettive quando lo spettatore vede ciò che vedono i personaggi. Il punto di vista della macchina da presa, e quindi dello spettatore, coincide con quello che vede il personaggio, facilitandone l’immedesimazione.

Mi viene in mente la scena in Psycho dove Janet Leigh (nei panni di Marion Crane) sta guidando l’auto dopo aver commesso il furto. Il passaggio dalla oggettiva (dove si vede il suo volto inquieto e preoccupato) alla soggettiva (dove si vede la strada dal posto di guida e si scorge fra la pioggia, alla fine del viaggio, il Bates Motel) permette di fare entrare lo spettatore nella vicenda raccontata, e soprattutto di capire lo stato d’animo del personaggio (e la suspense tanto cara a Hitchcock è assicurata).

Noi siamo obbligatoriamente legati alle nostre soggettive, ai nostri sguardi e punti di vista. E’ nostra la visione del mondo e degli altri. Non abbiamo la possibilità di essere spettatori delle inquadrature e scene della nostra vita con la visione di insieme (con i “totali” – establishing shots – che danno una visione di insieme di quanto sta accadendo nelle “riprese” che “filmiamo” nella storia della nostra vita) in modo oggettivo.

Empatia

Se avessimo anche la possibilità di avere le soggettive degli altri “personaggi” potremmo meglio capire i loro stati d’animo e pensieri.

Forse ci eviteremmo inutili errori, incomprensioni, scelte sbagliate e sofferenze probabilmente inutili ma rimarremo semplici spettatori e non protagonisti. Mentre noi dobbiamo ambire all’Oscar come miglior protagonista, non come diligente spettatore.

Se vogliamo interpretare “magistralmente” la nostra vita, tirandone fuori una sceneggiatura e soprattutto un’interpretazione degne di nota, dobbiamo prepararci e impegnarci come i migliori attori, dar vita al nostro personaggio, calarci appieno nel nostro ruolo non lasciando niente al caso, o quantomeno sapendolo comunque gestire. E visto che i film- e la vita – non sono composti solo da monologhi, dobbiamo interagire con gli altri “attori”. E per fare questo dobbiamo imparare e migliorare la nostra capacità di ascolto e di apertura empatica all’altro (nel prossimo articolo vedremo proprio questo).

Cambiare prospettiva

Non dobbiamo rimanere ancorati alle nostre posizioni e “angolazioni”, visioni e percezioni. Per trovare soluzioni adeguate ai nostri problemi o comunque per poter “interpretare” il nostro ruolo al meglio dobbiamo mollare la nostra soggettiva e cercare di avere una visione di insieme, per trovare soluzioni diverse, cambiare prospettiva (spesso problemi possono trasformarsi così in opportunità).

“Dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso.” John Keating (alias Robin Williams in L’attimo fuggente)

E soprattutto dobbiamo calarci nei panni dell’altro.

Strategie di coaching e formazione

Nel coaching e nella formazione ci sono varie tecniche per poter acquisire consapevolezza del punto di vista dell’altro, quanto meno averne un’idea. Il Teatro Forum del Teatro dell’Oppresso di Augusto Boal permette agli spettatori (che sono chiamati appunto “spett-attori”, “spect-actors”) di prendere il posto di un attore mentre la scena è in corso e ne determina lo svolgimento, andando a cambiare il copione e la parte del personaggio secondo la sua volontà. Si cercano così altre soluzioni, grazie alle interferenze e contributi di tutti (nel del teatro dell’oppresso si mette in scena infatti una situazione oppressiva). Il “prendere” fisicamente il posto dell’altro, anche con altre tecniche e approcci, permette anche un’immedesimazione nonché un alleggerimento della carica emotiva riguardo alle decisioni da prendere e alle proprie responsabilità.

Strategie nel cinema

Nel cinema ci sono anche le inquadrature peculiari, come l’inquadratura oggettiva irreale, che mostra punti di vista particolari (come l’angolazione a piombo, dall’alto) che danno un significato ben preciso alla scena, e un tocco di originalità al regista. Sempre in Psycho – perdonatemi la mia passione irrefrenabile per il cinema di Hitch e questo film in particolare (a proposito, a chi non lo avesse visto, consiglio ovviamente di farlo in quanto capolavoro, ma soprattutto per evitare che fanatici come me possano spoilerare la trama, le scene più famose lo sono già state milioni di volte) – quando l’investigatore sale le scale per raggiungere il piano superiore, viene raggiunto, accoltellato e ucciso. Tutto questo è inquadrato dall’alto, come una visione “altra” e/o divina.

A volte vorremmo chissà anche punti di vista “alti” – come l’angolazione a piombo, appunto – superiori a tutti gli presenti e non sullo stesso “mediocre” piano. In realtà molte persone credono “modestamente” di avere tale angolatura di “ripresa” che li mette al di sopra dei punti di vista degli altri. Lasciamoli credere così, se sono felici, ma non ci lasciamo influenzare dalla loro mania di onniscienza.

Esiste nel cinema anche un’ulteriore inquadratura che è quella dello sguardo in macchina (eye contact o camera look). Il personaggio guarda direttamente dentro la macchina da presa, rompendo così la finzione cinematografica in quanto lo spettatore viene risucchiato dentro, è direttamente osservato dal personaggio, il narratore non esiste più e si genera così una rottura della finzione.

È un effetto-specchio: lo spettatore non è più solo tale (spettatore, appunto) ma diventa anche oggetto dello sguardo e del punto di vista.

Per capire meglio, la scena finale di Psycho (tanto per cambiare, ma mai sguardo in macchina è stato più magnetico) con l’agghiacciante e folle sguardo di Anthony Perkins/Norman Bates (qua ne trovate altri, indimenticabili: https://pillsofmovies.com/i-10-indimenticabili-sguardi-in-macchina/)

Lo specchio

È questa l’inquadratura che non deve mai mancare nelle “riprese” della nostra vita (magari non così inquietante): il guardarsi allo specchio, l’interpellarsi direttamente e in modo sincero (ma possibilmente non da folli), il rompere la finzione che molto spesso ci creiamo tanto magistralmente.

“Gli specchi dovrebbero pensare più a lungo prima di riflettere.” Jean Cocteau

Nel prossimo articolo mi addentrerò in come dar vita ad una comunicazione credibile fra i personaggi/attori e al riferimento dell’ascolto attivo per una comunicazione efficace nella vita, fra noi e gli altri personaggi che “entrano in scena”.

To be continued …

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