fbpx

Come uscire da situazioni stagnanti. Spoiler: non aspettare, salta.

saltare da situazioni stagnanti

Tempo di lettura stimato: 7 minuti

Quante volte ci troviamo in situazioni che non ci fanno stare bene, ma accettiamo e non cambiamo per abitudine, per paura di uscire da qualcosa di ben conosciuto (l’ignoto fa sempre paura, si sa…) ma che non ci soddisfa, o peggio ci fa stare male? Situazioni stagnanti, appunto. Ci inganniamo con i “per ora va bene così”, “non è il momento”. Il momento perfetto non ci sarà mai. Ci sarà solo il momento giusto. E il momento giusto lo stabiliamo noi (prima che sia troppo tardi!).

 “Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.” Da “Media e Potere” di Noam Chomsky.

In questa metafora il filosofo (anche se chiamarlo solo filosofo è riduttivo) statunitense si riferisce ai popoli che accettano passivamente il degrado della società. Fino, appunto, a quando non è troppo tardi.

La situazione stagnante

La metafora si collega bena anche all’individuo e alle scelte – o non scelte – di cambiamento personale.

Se ci troviamo di colpo in una situazione avversa, se non totalmente destabilizzante, il nostro sistema di autotutela ce ne fa uscire al più presto (il “forte colpo di zampa” della rana con i 50°).

Ma se la situazione comincia a peggiorare, a deteriorarsi pian piano, in modo graduale, senza che ce ne rendiamo immediatamente conto, ecco che possiamo rimanere intrappolati in una “pigrizia” di cambiamento con perenne procrastinazione.

Mentre se indugiamo in una situazione che, seppur non essendo ottimale, non è poi così male, anzi può essere perfino piacevole e rassicurante (come l’acqua tiepida della rana). Vorremmo cambiare, ma perché farlo? Del resto va bene così. Sappiamo bene che, anche se ci illudiamo che tutto rimanga uguale, in realtà, se no sono io a cambiare, lo faranno gli altri o le situazioni esterne.

Alla fine siamo incapaci di prendere una decisione. Aspettiamo, o speriamo, che sia l’esterno – persone o situazioni – che la prenda per noi. Ci rassegniamo all’acqua bollente.

In un rapporto sentimentale che ormai ha perso ogni motivo se non cerchiamo di cambiare qualcosa solo per paura – di ferire, di essere ferita, del nuovo, o del nulla – prima o poi sarà l’altro/a a cambiare. O se entrambi rimaniamo in questo letargo, sarà la situazione – e la storia stessa – a perdere ogni significato di esistere. E finirà. Se non si trasformerà in qualcosa di dannoso per entrambi.

Oppure una situazione lavorativa non più soddisfacente, ma che non faccio niente per cambiare, migliorare (o lasciare). Saranno poi gli altri a decidere. E non potrò far altro che subire tali decisioni.

La situazione poi degenera fino, appunto, a quando non ho più gli strumenti – o la forza – di fare il salto.

Come la rana, ahimè bollita!

Conosco delle barche che si dimenticano di partire…
hanno paura del mare a furia di invecchiare.”
Jacques Brel

Perché la paura del cambiamento?

Alla base di tutto c’è ovviamente la paura del cambiamento.

Le motivazioni di questo sono essenzialmente la paura di ciò che non conosco (la rana conosce la pentola, ma non sa cosa l’aspetti fuori). E la paura di uscire dalla zona di comfort -il conosciuto e confortevole, anche se solo in apparenza – per quello che non conosco. La paura del rischio. A causa di questa paura preferisco rimanere in ciò che non mi piace, o mi far stare male, piuttosto che provare a fare diversamente. Mettermi alla prova.

Anche le abitudini negative hanno un grosso influsso in questo caso: abbiamo sempre fatto così, perché cambiare? Quante volte questa opposizione si trova, ad esempio, nei luoghi di lavoro… La rana si è abituata a quell’acqua. Inizialmente andava bene, poi era sempre più spiacevole, ma non ha il coraggio, né la motivazione di fare il salto.

Da non escludere anche la paura di fallire e, non da meno, il giudizio che gli altri si faranno di me.

[Se vuoi approfondire questi aspetti della paura del cambiamento, ti consiglio di leggere Cambiamento ep. 1: cosa è e perché fa così paura, Cambiamento ep. 2: come attivarlo e gestirlo con il modello G.R.O.W. (con uno strumento pratico – il modello G.R.O.W., appunto – per fare il salto anche a livello personale, e Cambiamento ep. 3: come gestire la resistenza al cambiamento nei team per un approccio al cambiamento nel lavoro, con i collaboratori.]

Opponendomi al cambiamento credo di mantenere tutto uguale, ma abbiamo visto che non lo potrà essere. Niente rimane immutato. Che lo si voglia o no.

Come fare il salto?

Aspettare il momento perfetto, di avere tutte le carte perfette, sappiamo che non è utile. Anzi è dannoso.

Così facendo perdo la motivazione che potevo avere in un primo momento, gli obiettivi che mi ero data. Il tutto per adattarmi ad una situazione che non sentirò mai mia. Ma che mi avrà ingabbiata…

Devo allora attivare abitudini positive da sostituire a quelle negative: se ad esempio tendo a subire atteggiamenti di provocazione o prevaricazione, attivare, un passo alla volta atteggiamenti atti a distruggerle. Innanzitutto, devo cambiare il modo come io reagisco a questi “abusi”. Devo cominciare a capire il mio valore. Ad apprezzarlo e rispettarlo. Se non lo faccio io, non lo potranno fare neppure gli altri. Non si tratta di fare rivoluzioni sanguinose – il sangue no, eh…- ma di mettere in atto elementi di salvaguardia. Come il non prendere sul personale una critica, o il trovare l’ironia in questo, fino a dire no.

Sì. Un bel no. [ qui qualche spunto su come farlo: Dire “No” senza sentirsi in colpa (e senza ferire nessuno): istruzioni per l’uso].

Le mie reazioni andranno a minare piano piano la potenza dell’abuso.

Insieme ai no a richieste o simili, devo, eventualmente aggiungere dei no anche a persone. Fare pulizia o gestire – nel caso non possa “eliminare” – quelle che sono persone tossiche. Che mi succhiano energia senza dare niente in cambio se non critiche e sminuimento [vedi Decluttering ep. 3 – Come gestire le persone tossiche come gestire le persone tossiche ma soprattutto come gestire le nostre reazioni agli atteggiamenti tossici].

Dopo queste “pulizie”, devo pormi dei chiari obiettivi: sapere cosa voglio e come lo voglio. Mantenendo una forte dose di flessibilità.

Sapere dove voler arrivare, rimanendo flessibile sul percorso.

Ma ricorda. Il momento perfetto non si presenterà mai: devi solo decidere di fare il salto.

Tirare fuori il coraggio.

E saltare.

“La vita si restringe o si espande in proporzione al nostro coraggio.”
Anais Nin 


Ti senti in una situazione stagnante, che non ti soddisfa più? O peggio, ti ingabbia?

Cosa aspetti a fare il salto?

Commenta qui sotto, se vuoi, o scrivimi in privato.
Se vuoi saperne di più sui miei percorsi di coaching, per il salto di cui hai bisogno, richiedi la sessione gratuita. Contattami, ti aspetto!


2 1 vota
Article Rating
Registrami
Notificami

0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
0
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi. Grazie! x