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Gioire delle avversità (senza essere masochisti) ep. 1: il tallone d’Achille

perle

Tempo di lettura stimato: 9 minuti

Lo sappiamo, ci è stato ripetuto sempre: le avversità forgiano il carattere. Per affrontare in modo costruttivo le avversità – gli ostacoli, le perdite, i fallimenti, ma anche le “debolezze” caratteriali, il nostro tallone d’Achille – devo tirare fuori tutta la mia forza e quelle doti che probabilmente non ero neppure a conoscenza di avere. E trasformare l’ostacolo in qualcosa di positivo. Proprio come l’ostrica risponde all’intrusione di un granello di sabbia – parassita, senza mezzi termini – trasformandolo in perla.

Le avversità molto spesso sono ricorrenti, sia nella vita privata che in quella professionale. E spesso questi ostacoli fanno breccia, ed hanno un impatto a volte devastante, cogliendo quella parte che ci rende vulnerabili. Non importa quanto forti siamo, cosa abbiamo raggiunto, come ci vedono gli altri.

Del resto anche Achille aveva compiuto gesta eroiche, è considerato fra gli eroi più famosi dell’antichità… mica noccioline, ed era anche bello (almeno in Troy ha le fattezze, non da poco, di Brad Pitt, tutto dire..). Era invulnerabile, e non fosse stato per quel pezzettino di pelle all’altezza del tallone destro (piccola svista di Teti nell’immergerlo nel fiume Stige).

Le avversità, non si sa come, conoscono il nostro punto debole, il nostro tallone d’Achille. E fanno breccia lì. Le più delle volte con successo.

Ognuno di noi ha un proprio tallone d’Achille, quell’aspetto della propria vita o carattere che continua ad avere un peso in tutte le scelte e le reazioni a comportamenti di altri o alle situazioni in cui ci ritroviamo. Spesso non ne siamo neppure consapevoli, non solo del potere che ricopra ma neppure di cosa sia.

Combatto, mi sforzo di migliorarmi, intraprendo percorsi diversi nella vita o nel lavoro, ma arrivo sempre ad un punto di stallo.

Mi trovo a combattere sempre con lo stesso problema, nella vita personale o lavorativa.

È come un circolo vizioso da cui non riesco a svincolarmi.

E il motivo, o uno dei motivi, è sempre lui, il tallone d’Achille – il parassita della perla- che con tutta la sua prepotenza reclama il proprio potere su di me.

Sui miei pensieri.

Sulle mie emozioni.

Sulle mie azioni.

Ma non per questo devo crollare come Achille (in realtà lui muore, eh…). Se conosco il mio punto debole, posso “farmelo amico” e gestirlo. A non dipendere da lui come in un vortice. A vincere. E non fare come Achille…

Il tallone d’Achille, il mio punto debole

Ma come posso capire quale è il mio tallone d’Achille, per trasformarlo in un punto di forza, un tesoro, un perla e andarne fiera?

Il mio punto debole può essere dato da un evento, un trauma, come una perdita un abbandono.

Se, ad esempio, nella mia vita sentimentale sono stata lasciata più volte, questo può diventare un mio tallone di Achille. Mi sentirò sempre a rischio di essere abbandonata e soprattutto mi sentirò responsabile, anche se indirettamente, di tali eventi.

E influenzerò inevitabilmente il corso dei nuovi eventi: chiunque incontri, so già come andrà a finire…

Il mio tallone d’Achille può anche essere un tratto dell’aspetto fisico. Magari un elemento che gli altri, o i canoni imposti, mi fanno sentire come un difetto (e sappiamo il potere dell’apparenza nella società e sull’autostima).

Il mio punto debole può essere un tratto caratteriale.

Anche questo perché magari viene sempre additato dagli altri come negativo, come ad esempio l’ambizione o la sincerità. Certo è che devo sapere dosare “doti” un po’ invasive, o quantomeno che destabilizzano, proprio per non cadere nel tranello che diventino delle debolezze e mi si ritorcano contro. E che non siano un’arma in mano a quelle persone tossiche che posso trovarmi intorno (vedi Decluttering 3-gestire le persone tossiche  su come gestirle…o eliminarle, dalla mia vita, non dalla faccia della terra, tranquilli!).

Come trasformare il punto debole in punto di forza.

Il mio punto debole, il mio tallone d’Achille, proprio come nel mito, è ciò su cui si basano la mia unicità e autenticità. Se sono la persona che sono adesso è grazie proprio alle avversità che ho dovuto affrontare nella vita, e quelle più forti hanno creato quell’elemento di debolezza che temo e di cui rimango spesso “vittima”.

Devo quindi fare pace con questo aspetto, sia esso un evento del passato che devo accettare così come è, visto che non lo posso modificare. Accettare quello che non posso cambiare è l’unica ricetta per fare pace con il passato, con i miei errori, con i torti subiti, con gli eventi avversi. Non posso tornare indietro e cambiare il corso degli eventi, ma posso scegliere come reagire e che uso farne di tali eventi e di cosa ho imparato (vedi L’arte di accettare quello che non posso cambiare o Cambiamento ep. 1: cosa è e perché fa così paura ).

Vedremo meglio come gestire le avversità che provengono dall’esterno nel prossimo articolo.

Focalizziamoci qui su quel tallone d’Achille che deriva direttamente da chi sono e come sono.

Nel campo dell’accettazione di se stessi con tutti i difetti fisici mi viene in mente Barbra Streisand.  È arrivata nel panorama musicale statunitense in pieno “predominio” di una tipologia di donna ben diversa dalla sua (bionda, carina, sensuale ma al tempo stesso rassicurante).

Alla sua enorme bravura non sarebbe stata data una chance se non fosse stata audace e determinata e non avesse creduto in se stessa. Frustrazione, talento non riconosciuto, ferite sempre aperte… ma non si è fatta scoraggiare. Ha seguito l’istinto, non si è fatta fermare dalle paure e frustrazioni. Aiutata da una forte dose di autoironia.

Non ha mai accettato di modificarsi per il sistema, ma è riuscita a modificare il sistema su se stessa. Non solo. È andata oltre. Ha cambiato i canoni di bellezza femminile. E’ stata definita una delle donne più belle del XX secolo dal fotografo Cecil Beaton, che ne fu catturato proprio per l’unicità del look, disse infatti di lei “questo strano profilo simile a Cleopatra con un fluire audace dalla fronte al naso”). Neal Gabler, storico e critico cinematografico, di lei dice “Ha cambiato la nostra percezione su cosa voglia dire bellezza” in Barbra Streisand: Redefining Beauty, Femininity, and Power.

Dei suoi punti di debolezza (considerati tali dagli altri) ha fatto un punto di forza e invece di nasconderli li ha messi ancor più in evidenza.  

“Sono orgogliosa di esserci arrivata senza essermi fatta ridurre il naso, senza essermi fatta gonfiare le tette e senza cambiare il mio nome: è stato gratificante” Barbra Streisand

Nonostante meritevoli campagne come #bodypositivity, c’è ancora molto da fare per accettare e essere accettati con tutti i nostri difetti, che, diciamola tutta sono proprio quelli che ci differenzino e ci rendono unici e non prodotti in serie (vedi per un approfondimento su questo tema L’arte di accettarSI (autoaccettazione) come chiave per il successo ).

perle tallone d'Achille

Anche io, nel mio piccolo, ho subito molto questa discriminazione. Adolescente troppo magra con un decennio di anticipo sulle mode (o di ritardo, rispetto agli anni 70, a quanto pare il mio tempismo è pessimo) sono spesso stata presa di mira dai coetanei (e sappiamo bene quanto possano essere crudeli a quell’età) sulle mie forme…scarse…diciamola così…

Fortunatamente sono sempre stata con un bel caratterino e anche “presuntuosa” nel non considerare tali persone degne della mia attenzione. Ma non posso nascondere che questi commenti mi facevano male. E molto.

Ma non ho permesso a questa avversità che poteva trasformarsi in un tallone d’Achille in un macigno che mi bloccava il passaggio. Senza dubbio lo ha influenzato. Ma non diventando un punto di debolezza.

Mi sono rifatta il seno appena ho potuto? Ho cambiato i miei tratti del volto, considerati troppo “duri”.  Perché? Mi piacevano…me li sentivo miei… Sono rimasta fedele alle mie caratteristiche e alla mia taglia (una seconda ottimista, molto ottimista!!). E proprio l’autoironia mi ha aiutata nel farne un punto non solo di forza, ma di orgoglio.

Riguardo agli aspetti caratteriali per quanto mi riguarda, ad esempio, so di non essere molto paziente e sto lavorando su questo (forse mi sto scoprendo un po’ troppo…chissà).

Molte volte le mie decisioni sbagliate o reazioni boomerang sono state dovute proprio a questa caratteristica. Ho un’intuizione e capacità decisionale molto spiccate, e il dover attendere “i tempi degli altri” per me era spesso fonte di stress, una perdita di tempo. Mi chiedevo (a volte, tutt’ora lo faccio) come non si potesse capire la situazione, il problema e non vedere la soluzione.

Era tanto facile e ovvio per me… (e magari mi sbagliavo, eh! A volte capita anche ai migliori…).

Ho imparato a gestire la mia impazienza proprio grazie al mio lavoro di coach e formatrice. Non solo nel percorso con i clienti, ma soprattutto nel mio percorso lavorativo (libera professionista, settore “nuovo”, senza pazienza non vai da nessuna parte…).

Anzi, per me è stato proprio forse la sfida maggiore.

Ho imparato ad usare la mia “impazienza” con pazienza.

Seguire, cioè l’intuizione e la visione ma con la calma necessaria.

Godendomi ogni passo, assaporarlo…e aspettando i tempi degli altri.

“La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la mia solitudine che è la mia debolezza.” Pier Paolo Pasolini

Questo anche nella vita privata, dove, devo dire, la sfida è maggiore proprio perché sono emotivamente più vulnerabile. Anzi, devo ammettere, che spesso mi “scelgo” situazioni dove mettere alla prova il mio grado di pazienza, magari con persone che farebbero perdere la pazienza anche ad un santo! Non è per masochismo, forse è semplicemente che mi attirano le sfide. E sicuramente perché magari quelle persone mi piacciono (mica sono matta!), nonostante tutto, e difficilmente mi tiro indietro.

E questo è in linea con il mio lavoro, con cosa è il coaching e cosa vuol dire essere una coach per me.

Non c’è, quindi, nessun percorso di coaching uguale all’altro, visto che i percorsi sono fatti su misura per ogni cliente (coachee) (vedi Cos’è il coaching e cosa vuol dire essere una coach per me).

E io mi devo sempre rimettere in gioco, trovando qualità e strumenti nuovi, alcuni che mi appartengono e altri di cui mi approprio grazie proprio al coachee.

Così come chiedo al coachee di mettersi in gioco e di uscire dalla propria comfort zone, lo faccio io per prima. È essere coerente. È uscire costantemente dalla mia comfort zone.

Ma la fida e bellezza è proprio scovare quella particolarità, definita magari debolezza se non difetto, e farne il punto di forza.

In linea con l’autenticità e l’unicità.


Conosci quale è il tuo tallone d’Achille?

Sai trasformarlo in punto di forza?

Commenta qui sotto.


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