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I limiti dell’empatia ep. 1 – Chi è l’altro?

L’empatia implica un radicale coinvolgimento nel mondo dell’altro, diventa uno scambio con l’altro e il suo mondo. Se vogliamo essere veramente empatici dobbiamo accettare il rischio di modificare di noi stessi.

Cosa è l’empatia?

Molto spesso oggi si parla di empatia e sempre più vediamo come la parola sia abusata, usata a sproposito.

Spesso viene sopravvalutata – vista come la panacea per “avere successo” in tutti i settori della vita- e la troviamo incasellata in ricette per essere efficaci soprattutto in campi dove il carisma, l’attrattività e soprattutto l’affidabilità della persona sono basilari (in politica, nel settore medico, nel mio campo…).

Altre volte viene sottovalutata, sminuita quantomeno non compresa – usata indiscriminatamente come sinonimo di compassione e simpatia- e relegata, non con carattere positivo, al mondo femminile, in quanto considerata prerogativa esclusiva delle donne.

Senza dubbio l’empatia è una capacità che si può avere già ben sviluppata nella nostra personalità, in ogni caso è un’abilità sulla quale si può lavorare (anzi è bene farlo) per sviluppare noi stessi, la nostra percezione dell’altro e del mondo e migliorare di conseguenza le nostre relazioni con gli altri.

Ma che cosa è in realtà l’empatia? Ne troviamo varie definizioni e vari usi. Come ho accennato prima, l’empatia non va confusa con la compassione – etimologicamente “provare la sofferenza di qualcun altro” – né con la simpatia – avere affinità di opinioni o sentimenti- e quindi immedesimazione.

“Io non chiedo al ferito come si senta, io divento il ferito”. Walt Whitman

L’empatia va oltre questo. Intanto l’empatia non è un sentimento né un’emozione, ma è appunto una capacità, un’abilità (il tanto famoso skill inglese). Per questo può essere sviluppata, migliorata, ampliata…insomma bisogna lavorarci su.  Essere empatico vuol dire capire la sofferenza di qualcun altro ma non provarla, rimanere se stessi ma accettare il “rischio verso l’alterità dell’altro”, come riporta Laura Boella nel suo interessante saggio “Empatie”.

Non è quindi il pronunciare frasi codificate (del tipo “Ti capisco…”, “Lo so bene cosa provi…”) che hanno senza dubbio l’effetto contrario se non accompagnati e confermati da un linguaggio del corpo e da un’espressione del viso che denotano un vero interessamento verso l’altro, e non un mero “interesse” ad “agganciare” l’altro per i propri fini.

Non sto dicendo che l’empatia non sia “utile” per svolgere al meglio certi lavori, o essere più adeguati in alcune circostanze della vita personale. Sto dicendo che se l’empatia non è VERA si ottiene l’effetto contrario, magari non immediatamente, ma sicuramente nel tempo si.

Prima o poi veniamo smascherati, se l’interessamento non è appunto veritiero, se non è accompagnato da un ascolto attivo, da un “ascolto empatico” dell’altro. Se ci limitiamo ad annuire mentre si pensa già a come rispondere, a come essere incisivi, a come dire l’ultima parola… in pratica si segue il nostro copione senza fare attenzione – o facendone una minima – alle “battute” dell’altro, che magari sono battute che ci spiazzano e quindi ci spostano su un terreno nuovo, magari accidentato e “pericoloso”.

Il concetto del “rischio verso l’altro” secondo me è centrale. La Boella dice che l’empatia è “l’atto attraverso il quale ognuno di noi fa esperienza diretta e immediata (‘vede’ e ‘sente’) dell’esistenza di altri individui che si muovono nel mondo, pensano, provano emozioni e hanno intenzioni in una prospettiva autonoma. Tale riconoscimento è un atto a un tempo semplice e complesso”.

Dobbiamo quindi riconoscere innanzitutto l’altro come individuo, come una persona “al nostro pari” e una persona che può influenzare il nostro modo di pensare e di essere. Dobbiamo accettare il rischio.

È veramente un radicale coinvolgimento nel mondo dell’altro, diventa uno scambio con l’altro e il suo mondo.
Questo senza dubbio ci toglie la terra da sotto i piedi, ci toglie le nostre sicurezze, il nostro mondo fatto di pianificazione e di certezze.
La prima insicurezza, se così possiamo chiamarla, è quindi capire “chi è l’altro”…

“Non sapevo bene che cosa dirgli. Mi sentivo molto maldestro.
Non sapevo bene come toccarlo, come raggiungerlo
Il paese delle lacrime è così misterioso.”

Antoine de Saint-Exupéry

Come ti senti ad empatia?

Quanto la senti parte del tuo modo di approcciarti agli altri?

Quanto ne senti il bisogno verso di te?

Scrivilo nei commenti, sarà interessante condividere.

Nel caso tu voglia intraprendere un percorso di coaching, contattami per richiedere l’incontro gratuito. Ti aspetto!

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